Giambattista Valli e l’ingresso in haute-couture!

Dall’ingresso di Giambattista Valli nell’alta società dell’haute-couture parigina fino alla riscoperta delle tradizioni. Dall’artigianato in via d’estinzione al marginale e decadente panorama dell’alta moda romana. Fino alla sartina del mio paese che demonizza la fast fashion. Perchè dice:”che cosa ne sarà di me?”.
Giambattista Valli
Classe 1966, Giambattista Valli è uno dei più intelligenti e raffinati stilisti della sua generazione.
Inserito al secondo posto nella classifica di Style.com, sito cult di Vogue Usa, tra i favoriti di Anne Wintour, l’algida soldatessa direttrice della più autorevole rivista di moda, Vogue Usa.

“L’ho scoperto per caso, stavo navigando su Internet con la mia amica Federica Fendi quando leggo il mio nome sul podio della classifica personale della mitica Anne Wintour. Ancora oggi non mi sembra vero” fece sapere poco dopo lo stilista.

Giambattista è prima di tutto, però, un talentuoso ragazzo romano che ha ricoperto invidiabili ruoli di prestigio sudando sette camice, prima come apprendista e successivamente come braccio destro e senior designer per Fendi, Krizia e nel 2001 come direttore creativo della linea pret-à-porter per Emanuel Ungaro a Parigi. 
Allievo di uno dei più amati e prestigiosi signori dell'alta moda italiana, Roberto Capucci, il couturier d'adozione parigina si è detto pronto al grande passo: l' ingresso nell'alta società dell'haute couture.
I suoi collaboratori fanno sapere: «lungamente riflettuta, affonda le sue radici nella richiesta concreta venuta dalle clienti della Maison, per le quali il Couturier ha già molte volte creato Special Occasion Dresses nei suoi ateliers parigini».
Abiti senza stagione e senza tempo, così li ha definiti lo stesso Valli, che per l'inaugurazione di questa nuova linea ha scelto Parigi, l’ultima ed ancora unica prestigiosa piazza dell’alta moda.
Questo perché ormai (e lo scrivo a malincuore) Roma col tempo si è fatta scenario ridicolo e stantio di un haute couture mai innovativa.
Prendere parte ad una passerella romana, nelle sempre più rare settimane della moda capitoline, è un pò come presenziare ad un carosello di rigide ed altezzose contesse rattrappite dell’alta società romana, accomodate nelle prima file di defilè sempre più caliginosi e salottieri.
Ma ritorniano a Giambattista.  
Le sue collezioni saranno presentate in modo numerato e nominate come i passaggi di una sfilata: n/o 1, n/o 2.  Verranno quindi mostrate al pubblico ogni sei mesi (Gennaio e Luglio) e rivolte ad acquirenti quali donne glamour e dal sostanzioso conto in banca. 
Valli A/I ’08-’09 Copyrights La Presse.
Una società d’elite quella della dell'haute couture ma non solo...
Non è solo la società di chi è disposto a sborsare palate industriali di quattrini per un abito d'alta sartoria, ma anche e soprattutto la società di chi ancora oggi mantiene viva la secolare esperienza artigianale, preziosa e senza eguali, di chi è colto esperto nell'intarsiare, ricamare, drappeggiare e rifinire non un abito ma un vero e proprio gioiello artistico e sartoriale e artigianale, che si tramuta infine in patrimonio culturale.
Oggi che di quell’ artigianalità è rimasto ben poco e l'industrializzazione ci ha condotto verso nuovi territori sempre più standardizzati, si sente l'esigenza malinconica di ritornare alle origini (o perlomeno celebrarle) così preziose, ormai in via d’estinzione.
Dalle piccole botteghe che hanno dato il via alle più grandi maison d'alta moda, alle industrie multinazionali dove di made in Italy il più delle volte v'è solo l’etichetta a ricordarcelo, anche lei in fondo infastidita.
Perchè magari cucita da mani non proprio esperte, mani del lavoro nero in un piccolo scantinato della periferia malfamata di una qualsivoglia città, per pochi euro al giorno. 
Perché della moda come del mondo non v'è solo un lato della medaglia.
E' un pò come un abito double face. Dietro quel risvolto c'è un inverso inesplorato e segreto, inaccessibile. 
Dietro quelle pieghe però, in fondo all'orlo, v'è l'esperienza tramandata all’interno di quegli antichi laboratori artigianali.
V'è la dedizione perché passione e intelligenza. Quell'intelligenza di chi ha saputo conservare il proprio mestiere (a volte vero e proprio credo) con la speranza di tramandarlo ai posteri, quei posteri (giovani e futuri artigiani) che tuttavia scarseggiano perché forse o più semplicemente figli dei nostri giorni. 



Che fine faranno dunque le Sarte che con ago e filo plissettavano pregiati tessuti delicatissimi e così complicati da maneggiare? 
Abito rosso in “Valentino The last emperor”.
Come ad esempio nel film "Valentino, The Last emperor" in cui Antonietta De Angelis, Head seamstress dell'allora maison dell'illustre Garavani, spiegava agli spettatori con quanto cura, diligenza e scrupolosità insieme alle sue colleghe, dava vita agli abiti da sera mozzafiato disegnati da Valentino poi divenuti leggenda in tutto il mondo.
E che fine farà la sartina del mio paese?
Lei sostiene che la gente non ha più la cultura di farsi realizzare abiti su misura perché oggi, dice, a poco prezzo si trova tutto. Vai da "Hacca e Emme" (come lei lo pronuncia) e acquisti con la somma di un solo metro di stoffa un abito già pre-confezionato. Continua: “ Non c’è più la cultura dell’unicità e del sentirsi bene in un abito, unico e speciale! Vedo per strada alcune ragazze, magari in carne, vestite uguali alle compagne più esili. Ma a loro sta bene così, pur non rendendosi conto che quello che hanno indosso non fa per loro! Si sentono perà parte di un gruppo, e quello è l’importante!”
E quindi sarà costretta a chiudere perché, ribadisce:" se un abito pronto moda costa 10 euro, se lo rovini non varrebbe la pena ripararlo. E quindi io qui che cosa ci sto a fare?".
Demonizzare la fast fashion perchè frutto di un accurato lavoro in serie macchinizzato? 
In questo caso credo sia più che giusto, fosse solo perché alla sartina del mio paese io ci sono affezionato, ma davvero tanto.

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